Riportiamo di seguito una sintesi dell’intervista condotta da Ornella Serafini, che potete ascoltare completa nel file audio.

Ornella SerafiniDo il benvenuto a Marco: diplomato in organo, direzione corale, direzione di coro, che dal 2000 ha orientato il proprio lavoro di ricerca sul suono, seguendo l’approccio proposto dal Metodo Funzionale della Voce secondo l’Istituto di Fisiologia Applicata di Lichtenberg®, fondato da Gisela Rohmert. È inoltre docente di Tecnica Vocale e di Esercitazioni Corali presso la Civica Accademia d’Arte Drammatica ‘Nico Pepe’ di Udine.

Quello che stiamo ascoltando è il gruppo vocale che hai fondato e dirigi dal 2008: Il Cantiere Armonico…

Marco – Sì è un brano [“Versus de Herico Duce, NdR.] della nostra tradizione friulana, attribuito a Paolino d’Aquileia (750 -802 d.C.), che noi abbiamo, rispettato nella sua integrità, ma messo nella cornice di una elaborazione personale contemporanea, dal punto di vista della sonorità.

OEcco, allora, il tuo ambito di ricerca sulla voce dove ti ha portato? Come le tue ricerche hanno influenzato poi dopo il cambiamento del tuo rapporto con la voce sia con te stesso che con il lavoro che proponi?

M – Arrivo da un percorso che è squisitamente accademico, all’interno del Conservatorio e dell’Università. Però per mia curiosità e forse in un luogo che più di altri potrebbe ritenersi legato a uno studio del passato, mi sono invece confrontato con una questione estremamente attuale, che mi coinvolgeva in prima persona. Proprio quando stavo affrontando gli studi del canto gregoriano a Cremona, ho incontrato quello che tu hai citato, cioè il lavoro fatto sulla voce dall’Istituto di Fisiologia Applicata di Lichtenberg®. Questo incontro è stato illuminante ma anche sconvolgente, da un certo punto di vista, perché ha riorientato sia il mio studio che poi la mia ricerca, che successivamente è diventata il mio lavoro, alla fine degli anni ’90. E, appunto, affrontando degli studi strettamente accademici legati alla voce, e al canto certamente, ma che si occupavano più del prodotto finito, cioè di quello che io come musicista e interprete dovevo sapere, per ottenere una buona esecuzione, mi sono imbattuto invece in un approccio che metteva in prima persona il cantante, o meglio il corpo del cantante, non come accessorio al mero servizio -e quindi come quasi schiavo- della musica, ma come strumento e luogo d’elezione dove il suono si crea. E il come si crea determina poi il modo con cui io canto ed eseguo il brano che voglio interpretare.

OAllora, quindi in che termini questo approccio funzionale ha sconvolto, ha rivoluzionato il tuo modo… tu puoi fare qualche esempio concreto, Marco?

M – Sì, l’esempio concreto è anche molto molto semplice, perché -e questo lo dico sempre quando introduco questo lavoro- la prima domanda che è stata posta a me, e che poi mi è rimasta e continua ad alimentare il mio lavoro, è stata una domanda apparentemente estremamente banale, cioè: ‘Tu, quando fai quello che fai, come ti senti?’

Questa domanda non solo per me non era ovvia, ma era quasi un tabù, nel senso che, come musicista formato secondo un percorso di studi che ai tempi non metteva al centro le esigenze e la funzionalità del corpo in relazione alla creazione del suono, questa domanda non doveva essere fatta, perché tutte le cose dovevano funzionare, acciocché la musica venisse fuori bene. Esagerando un po’ posso dire in effetti che dovevo ‘sentire’ (il corpo, la vibrazione, la relazione con lo spazio…) il meno possibile, per non mettere a rischio l’oggetto che dovevo produrre. Questa domanda mi mise ovviamente in crisi, perché mi instillò, al momento, il dubbio, che poi è diventato una certezza, che in realtà quello che sento e come lo sento non è qualcosa di accessorio, non è, diciamo così, qualcosa che mi può affascinare solo a un livello ‘sentimentale’, ma è qualcosa che invece va strettamente a influenzare poi quello che io faccio, il mio ‘gesto musicale’.

Questo è anche il percorso dell’Istituto di Fisiologia Applicata di Lichtenberg®: la sua ricerca infatti è partita da uno studio più di trent’anni fa legato all’ergonomia classica, quella scienza cioè che studia il corpo dell’uomo all’interno di un contesto lavorativo, col fine di implementare la prestazione e di ridurre lo sforzo esecutivo. Partiti da questi concetti, che allora erano all’avanguardia se applicati alla ‘produzione del suono’ (e quindi al canto, al suono degli strumenti, alla voce attoriale etc.), ci si accorse che l’approccio puramente muscolare, diciamo così, di training legato alla ripetizione degli esercizi per cercare di modulare la volontà, non era sufficiente nei confronti della funzione vocale. La funzione vocale cioè, nella sua costituzione fisica e neurologica, esulava in parte da quello che è strettamente il controllo volontario. Spesso infatti ci confrontiamo con il fatto che la nostra voce in realtà non fa esattamente quello che noi vorremmo facesse, soprattutto nei momenti in cui avremmo più bisogno che lei facesse quello che noi vorremmo.

OQuesta cosa è fondamentale, proprio, che stai raccontando, è alla base delle tensioni che vanno a chiudere la voce, la vocalità… più siamo in ascolto con noi stessi, con l’interiorità in relazione agli altri, più la voce si arricchisce di armonici, si apre. Quindi è fondamentale veramente…

M – Il punto di questo lavoro è proprio il non lasciare nell’aleatorietà questo elemento del sentire, dell’ascolto, che poi nel momento del bisogno rischia di sfuggirci, ma, passo dopo passo ed esperienza dopo esperienza, di farlo metabolizzare nella carne. Possiamo cioè riconoscere in prima persona, o meglio, sviluppare, una fiducia nei confronti della sensorialità come controparte cruciale della motricità;  soprattutto possiamo comprendere che il sentire non è qualcosa, appunto, di slegato dal mio corpo o da quello che sto facendo, ma che può essere al servizio della funzione vocale: non è più perciò un demone contro il quale devo lottare, come ad esempio l’emozione nel momento in cui sono in una fase di prestazione o sono di fronte a un pubblico, oppure sono di fronte, semplicemente, a una persona con la quale vorrei instaurare una relazione di empatia, di collaborazione etc..

OBene, hai detto tutto, sono molto felice! Non abbiamo potuto magari parlare tanto di quello che sarà il futuro, so che state finendo, assieme agli eventi estivi, di organizzare il saggio finale con l’Accademia ‘Nico Pepe’, poi seguiranno i provini per iniziare le attività…

M – … ripartirà l’attività didattica…

O… a novembre. Io veramente ti ringrazio. Grazie, Marco, perché hai toccato un punto veramente fondamentale per la cura della voce e quando noi pensiamo che riflesso ha questo lavoro sulla voce e sulla vita delle persone, e anche nel lavoro teatrale dei ragazzi dell’Accademia…

M – Sì, oserei dire anche nelle relazioni umane.

Osì assolutamente

M – … quanto più e soprattutto in un momento come questo, dove vengono messe fortemente a rischio a causa di eventi esterni: la voce ancora di più diventa un cardine di umanità e di relazione sociale.

ONiente da aggiungere. Grazie, Marco Toller!

M – Grazie a te, buon lavoro e arrivederci!

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